La password era giusta. Era il mondo ad essersi complicato

Accendo il computer -password- tutto ok. Inizio a lavorare apro il primo programma – aggiornamento, un “maledizione!” Echeggia tra un gruppo di miei neuroni, non so bene quali, ma ragazzi, inutile agitarsi, è fatto quotidiano. Compare una finestra “inserisci la password” Resto fermo , guardo il computer espirando, il computer guarda me sospeso. I neuroni che avevano imprecato voltano le spalle e fanno finta di fare altro. Cerco la password pazientemente e inserisco….scrolla “no” la rimetto piano, una maiuscola un cancelletto tre minuscole 4 cifre un punto di domanda e 4 lettere ma con più calma ..e scrolla no….

A quel punto inizio il rituale: tolgo gli occhiali, alito, li pulisco, li rimetto, controllo la lingua della tastiera, controllo se nel frattempo sono diventato svedese senza accorgermene.
Niente! Peró ho attirato l’attenzione del giovane di turno che ha colto la scena, faccia serissima da chirurgo nucleare, intravedo quello sguardo laterale da attore italiano, quello che invece di vivere la scena controlla se la telecamera lo riprende sul lato giusto, ma comunque si vede che è una pietà moderna riservata agli anziani e ai fax. Batte rapido e allontanandosi dice “voleva la password del computer”
“Ma il computer l’ho appena acceso con la password del computer.” Lui annuisce lentamente, come se stessi facendo domande troppo profonde.

“Sì… ma questa è l’altra.” L’altra.
La stessa password della stessa macchina… ma spiritualmente diversa. In quel momento ti risvegli sulla stessa giornata di ieri, ti ricorda che la tecnologia non serve più a semplificarti la vita. Serve a verificare quanto dolore psicologico riesci a sopportare senza mordere una tastiera.
Negli anni Novanta, se una cosa obbligava una persona a fare due volte la stessa operazione, qualcuno guadagnava il primo posto tra i sacrificabili.

Oggi invece quel sistema riceve un premio internazionale per l’UX. Ed è lì che scopri la nuova classifica sociale. Uno passa cinquant’anni a imparare luce, composizione, materiali, clienti, psicologia, proporzioni, errori, eleganza……e poi arriva uno che trova logico il superfluo.
Steve Jobs negli anni 90 passava la vita a togliere complicazioni inventate dagli ingegneri per far sì che un creativo potesse usare una macchina senza dover prendere una laurea in informatica.
Oggi invece il mondo sembra progettato da un esercito di portinai digitali in costante aggiornamento che duplicano i lucchetti.

Adesso vieni giudicato da sistemi che si bloccano da soli e poi ti chiedono di dimostrare che sei umano cliccando sulle fotografie dei semafori. …tu, che non hai gli occhi di un ventenne, ti salvi con uno screenshot e lo dai ChatGpt che ti dice dove sono i semafori…nemmeno quello ti salva e passi alle strisce pedonali, agli autobus, e magari finisse là!
E lentamente capisci una cosa terribile. Non è la tecnologia che sta diventando intelligente.
È il mondo che si sta abituando a perdere tempo in modo professionale.

Il vecchio fotografo che sa leggere una faccia in mezzo secondo diventa “lento”, il falegname, il medico, il meccanico, il cuoco, diventano “lenti”.
Mentre il ragazzo che riesce a cambiare tre password in venti secondi sembra un genio rinascimentale: mai presentarti senza di lui ad un cliente!

Ma tu che pensi “ai miei tempi” che hai vissuto quando il mondo era piú duro, quando il sabato come le sere o le ferie erano sacrificabili, in cui il tempo scintillava profumando di futuro in crescita e non passava mai, adesso che corre veloce, opaco e disilluso in “decrescita felice” non sei piú cosí sicuro che quella perdita di tempo sia una conseguenza della crisi economica che rende ad un singola vita miserabile, il dubbio che ti prende è che sia la causa, la sola e vera causa della decadenza.
Non ci resta allora che affidarci alla provvidenza, che ci invii un nuovo Steve Job per lasciarci lavorare davvero e su cose vere.

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Foto di Maurizio Marcato©

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